Immagina di essere a bordo del leggendario sottomarino del Capitano Nemo e di scrutare attraverso un oblò antico i segreti del fondale marino. Una tartaruga nuota tra i resti sommersi di un relitto, in un mondo silenzioso illuminato da raggi di luce blu.
Quest’opera è un Trompe l’Oeil dipinto su tela con pittura materica, dettagli metallici ossidati e riflessi dorati realizzati con polvere di mica. Ogni vite, ruggine e incrostazione è resa con cura per evocare un vero oblò sottomarino. Il soggetto unisce l’arte pittorica alla suggestione narrativa, trasformando il quadro in una finestra immaginaria su un altro mondo.
C’era una volta un acquerello che viveva appeso di fronte ad una grande parete affrescata e deciso nel far guerra con il rivale, cominciò a borbottare:
“Ehi tu affresco non credere di essere il re della stanza perché la gente appena entra ti guarda a bocca aperta esclamando: “Che meraviglia!” e poi si rivolge a me dicendo “Che carino!””.
Devi sapere caro affresco che il mio artista mi realizzò con dei materiali particolari, usando dei passaggi e metodi non semplici a dirsi e a farsi; mi spiego meglio e “cara la mia parete di fronte” apri le orecchie: “il mio corpo è la carta, non certo la cartaccia semplice, sottile, ma una cellulosa raffinata, compatta, morbida e bianca al punto da assorbire il colore (il mio vestito) e sfruttare, come chiaro e luce, il mio corpo bianco. Il mio pittore con la spugna imbevuta d’acqua, ha bagnato la carta in modo che il colore si espandesse per ottenere effetti particolari, morbidi”.
Rispose l’affresco: “Il mio corpo, la parete, è composto di calce e sabbia: una calce scelta di prima qualità, grassa, untuosa e invecchiata; la sabbia di fiume setacciata e lavata. Anche il mio corpo (parete) deve assorbire il colore e il pittore mi bagna con acqua per dipingere con scioltezza e non farmi seccare; la calce si fisserà ai colori che diventeranno brillanti e luminosi”.
Ribatté l’acquerello: “I miei colori vengono sciolti con acqua e messi con pennelli morbidissimi, vellutati. Sai caro affresco, sono un dipinto prezioso”.
Rispose l’affresco: “Pensi forse di essere unico in tutto ciò? I miei colori sono polveri pure sciolte con acqua, una parte di pennelli è di setola, altri per le velature sono morbidi, diciamo come i tuoi”.
Esclamò l’acquerello: “Ora ti stupirò! Se un pittore non è esperto, o meglio, non ha molta esperienza, non mi può realizzare, perché se sbaglia una stesura di colore non la può né cancellare né correggere perché la carta, assorbendo la tinta la blocca e fissa. Quindi bisogna essere sicuri e precisi. Vedi che belle macchie di colore! Che freschezza di stesura! La luce emana dal foglio bianco: non ci sono pentimenti”.
Replicò l’affresco: “Se continui con questo tono di sfida ti stacco il chiodo dove sei appeso! Mi stai togliendo le parole di bocca! Anche il mio muro assorbe e blocca il colore e dopo poco tempo con la partenza della carbonatazione fissa subito la stesura del pigmento. Il pittore non può mettere troppi colori sovrapponendoli (in giornata) ma deve controllare con sicurezza il tempo di stesura e la quantità. Quindi bisogna avere:
decisione
abilità
velocità
Il risultato sono macchie morbide, armoniose, trasparenti e luminose”.
Dopo questo battibecco serrato fra i due contendenti, regnò un lungo silenzio. Prese la parola l’affresco: “Caro acquerello mettiamo le carte in tavola, noi abbiamo molte cose in comune quindi la sola differenza, oltre alla materia carta o muro, è la grandezza. A noi basta rendere felici i nostri spettatori, d’altronde senza noi che fredda stanza sarebbe”.
GOMMA ARABICA La gomma è una mucillagine vegetale che ha origine nella corteccia degli alberi. Questo tipo di gomma in particolare si ricava da varie specie di acacie che si trovano in Arabia, per cui prende il nome di arabica. Può essere in forma di granuli bianchi, trasparenti, friabili o in polvere. Ha la proprietà di non rapprendersi in gelatina. Si scioglie in acqua e va preparata un giorno prima dell’utilizzo. Si utilizza per l’acquerello e veniva usata anche per la miniatura, per lacca povera, la pittura, la guazzo, quindi su supporti quasi sempre cartacei.
GOMMALACCA Per modificare il colore, antichizzare, proteggere la foglia d’oro o d’argento si utilizza la gommalacca. La gommalacca è il prodotto di una simbiosi tra la resina di una pianta delle indie orientali e un insetto che ci vive. In commercio si trova in bastoni, grani, ma soprattutto in scaglie e prepararla è semplicissimo. Si riempie un recipiente di vetro, che abbia una chiusura ermetica, con gommalacca in scaglie e si versa dell’alcol a 94° fino a ricoprirla, lasciando anzi un dito di alcol sopra. Il giorno dopo è pronta per essere usata. Si mantiene nel tempo, l’importante è che il contenitore rimanga ben chiuso. IMPORTANTE – La gommalacca essendo una lacca a base alcolica teme l’acqua e l’umidità. Alla presenza di una delle due, invece di mantenere il suo colore giallastro-trasparente, inizia a diventare bianca, rovinando così la patina che si sta creando. A questo inconveniente si può ovviare utilizzando sempre pennelli asciutti o puliti accuratamente in alcol e facendo questo lavoro in un luogo esente da umidità. Se nulla di tutto questo sarà eseguito e la gommalacca comincia a “sbiancare” si può avvicinare all’oggetto una fonte di calore (es. un fon).
METILCELLULOSA La metilcellulosa è una sostanza organica che deriva dall’etere di cellulosa. Gli eteri di cellulosa sono ottenuti dalla reazione di un alcale con gli idrossili della cellulosa stessa. È di origine vegetale, è una polvere di colore bianco-giallastra che può essere utilizzata per dipingere su muro (per creare tempere, velature, antichizzazioni), legno e con aggiunta di altri elementi anche su carta. È un’ottima colla per la carta quindi si presta per decoupage, lacca povera e per carte da parati. COME SI PREPARA – La metilcellulosa si scioglie in acqua (per accelerare i tempi si può utilizzare anche acqua calda), altrimenti si prepara il giorno prima dell’utilizzo. La sua densità (quindi la quantità di acqua) varia rispetto all’uso che bisogna farne. Per una pittura o una velatura potrà essere più liquida. Per prepararla si prende un recipiente quasi colmo di acqua, si gira a mulinello per impedire che la polvere crei grumi e si versa a pioggia la metilcellulosa (la migliore in commercio è la Glutolin L scatola verde). Per avere una consistenza abbastanza liquida comunque si può mettere: • 1 parte di metilcellulosa • 10 parti di acqua. Per mantenerla nel tempo basta aggiungere un pò d’aceto di vino e tenerla ben chiusa. Una volta pronta (il giorno dopo è perfetta) si unisce ai pigmenti (macinati precedentemente in acqua) per dipingere, per ottenere velature, delle tempere (unita al Bianco Meudon – carbonato di calcio – e pigmento), degli stucchi (unita al Bianco Meudon). La metilcellulosa crea dei colori molto trasparenti e quando asciuga schiarisce.
SANDRACCA La sandracca è una sostanza ricavata dalla resina delle cipressacee. È insolubile in acqua, solubile in alcol. Si trova in commercio sotto forma di grossi grani, per facilitarne lo scioglimento bisogna frantumarli il più possibile mediante un martello. Dopo aver ottenuto una grana più fine, si mette in alcol a 94° (99° sarebbe meglio), in un recipiente ben asciutto o pulito con alcol e ben chiuso. L’alcol dovrà superare la sandracca di 2/3 dita. Lasciare sciogliere a lungo. Se si ha poco tempo a disposizione, si velocizza il processo di scioglimento a bagnomaria: una volta portata ad ebollizione l’acqua, spegnere il fornello e solo allora immergere il recipiente nell’acqua calda e girare bene con un bastoncino la sandracca depositata sul fondo. Si prende un altro recipiente e vi si filtra dentro la sandracca per mezzo di una tela, una calza (qualcosa, comunque, che andrà gettato). A questo punto la sandracca potrà essere utilizzata, meglio fare una prova per accertarsi della giusta densità. Se è troppo densa aggiungere alcol. Vanno date mani tirate perché, se date a spessore creano l’effetto craquelé. IMPORTANTE – Essendo una lacca a base alcolica la sandracca teme acqua e umidità. Quindi bisogna utilizzare pennelli sempre asciutti o puliti più volte in alcol. In presenza delle due, infatti, diventa di consistenza lattiginosa e di colore bianco. QUANDO SI UTILIZZA – Come finitura trasparente lucida di qualsiasi dipinto a tempera su supporto ligneo e di altre lacche (può essere passata infatti su lacche animali, gommalacca). Se colorata si può utilizzare per laccature di mobili e oggetti in legno. TEMPERA Per tempera s’intende quella tecnica che usa acqua per sciogliere i colori e per legante altra sostanza che non sia olio, ma emulsioni di uovo, latte, colle, gomme, cere o altro. Il termine deriva da “temperare”, nel senso di stemperare i colori o anche di mescolare in misura giusta. Quindi per riassumere, la tempera indica tutti i leganti in forma semplice o in misture più complesse usati nella storia delle tecniche artistiche come medium per i colori. Il periodo di massimo uso della tempera è anteriore all’affermarsi e al diffondersi della pittura ad olio vera e propria (tra il ‘400 e il ‘500 per opera di Van Eyck). E’ la tecnica dei dipinti “mobili” medievali, eseguiti in massima parte su legno. Nella storia della tecnica artistica, il legante sicuramente più utilizzato per la pittura a tempera fu il rosso d’uovo.. Il rosso d’uovo è un’emulsione di varie sostanze, tra cui soprattutto proteine, lipidi ed emulsionanti. Quando è fresco, il rosso d’uovo contiene circa il 51% di acqua, il 15% di proteine, una quantità di lipidi che varia tra il 17%e il 38%, e la lecitina (9%), con proprietà emulsionanti. Di questi elementi, lipidi, grassi ed olii presenti non hanno caratteristiche di olii siccativi e nella formazione del film pittorico hanno solo una funzione plastificante. La lecitina ha invece una funzione determinante ai fini della pratica artistica, in quanto funziona da stabilizzatore dell’emulsione, e permette l’aggiunta, entro i limiti, di altre sostanze, senza che si verifichino separazioni di fasi. Ad esempio, questo fattore ha permesso l’aggiunta alla tempera all’uovo di olii siccativi, formando la cosiddetta TEMPERA GRASSA.
TEMPERA GRASSA Come si prepara (in parti uguali): • TUORLO D’UOVO • ACQUA • OLIO DI LINO COTTO (olio siccativo che la rende anche più densa e lucente) • ESSENZA DI TREMENTINA (solvente dell’olio) Si utilizza per dipingere su tavola, su legno trattato con gesso e colla, su muro, su tela, su camottatura (tela fissata su legno con gesso e colla), per ritocchi a secco su affresco. Per mantenerla qualche giorno si può mettere in frigo.
TEMPERA MAGRA Come si prepara:
• ALBUME D’UOVO (montato a neve perché per raccogliere le proteine è necessario romperne le membrane, il liquido risultato viene utilizzato come legante) • ACQUA (poca per diluirlo) • ACETO (poco come antifermentativo per mantenerlo) L’insieme di questi elementi viene utilizzato come legante dei colori freddi (azzurri, verdi, bianchi).
• TUORLO D’UOVO • ACQUA (poca per diluirlo) • ACETO (poco come antifermentativo per mantenerlo) L’insieme di questi elementi viene utilizzato come legante dei colori caldi (gialli, rossi, bruni). Questa tempera è più trasparente e meno utilizzata perché la totale assenza di grassi la rende più sensibile all’acqua.
TEMPERA MISTA Come si prepara (in parti uguali): • 1 ROSSO D’UOVO • ACQUA • METILCELLULOSA • GOMMA ARABICA • OLIO DI LINO COTTO (poco) Si aggiunge poco olio di lino cotto perché la gomma arabica tende a screpolarsi e l’olio la rende più elastica. In mancanza di olio di lino cotto si può utilizzare l’olio di noce. Addizionando olio si ottiene una tempera dai colori più vivi e brillanti. Plastificanti della gomma arabica però sono lo zucchero, il miele e la glicerina. Addizionando uno di questi elementi otteniamo una tempera dai colori più chiari e trasparenti.
IMPORTANTE – La tempera va sempre aggiunta al pigmento quando questo è stato già macinato in acqua. Prima di iniziare a dipingere ricordarsi di fare L’IMPRIMITURA del supporto, vale a dire la preparazione della superficie destinata a ricevere il colore utilizzando la tempera e l’acqua in parti uguali (50% tempera – 50% acqua).
E’ possibile indicare tre grandi periodi nei modi d’uso della tempera a seconda delle diverse esigenze nella resa dell’oggetto artistico: il periodo anteriore alle grandi innovazioni alla fine del Duecento e l’inizio del Trecento e che indicheremo come tecnica delle sovrapposizioni successive del colore; il Trecento e il primo Quattrocento in cui il colore è usato per graduato accostamento; infine dopo la metà del Quattrocento in cui il colore è reso per velature successive. Vediamo il primo modo: se si osserva una tavola duecentesca si vedrà che, se mentalmente si tolgono le larghe strisce di colore che la percorrono, si ottengono le figure della rappresentazione campite per ciascun colore con una stesura pressoché uniforme. Il pittore, quindi, operava in questo modo: segnati i profili delle figure, stendeva quasi uniformemente i colori, poi determinava le particolarità, i rilievi, le cavità delle figure con l’andamento lineare delle pennellate, dava le luci finali ed eventualmente ripassava i profili di contorno. Un sistema grafico che pone la rappresentazione in piano piuttosto che in profondità. Per quanto riguarda il secondo metodo, l’innovazione tra il Trecento e il primo Quattrocento sta nel fatto che non si procede più per campiture uniformi e per linee sovrapposte, ma, preparato il disegno, spesso con la determinazione dei chiari e degli scuri, si procede con i diversi colori e le loro diverse tonalità, stendendo accuratamente per accostamento e per fusione. Non si dava sulla superficie prima tutto un colore, poi tutto un altro, dove questi interessavano, ma si procedeva con tutti i colori zona per zona, figura per figura, fino al compimento.
In ultimo, nel secondo Quattrocento si sviluppa enormemente l’uso della velatura, che per trasparenza riempie il disegno e modifica il colore sottostante. Con ciò si dà importanza alla profondità, allo spazio e ai dettagli. Attraverso le velature si ottengono le più dolci graduazioni e la varietà dei riflessi luminosi. Alcune volte il massimo della luminosità è ottenuto lasciando trasparire il bianco della preparazione (vedi Botticelli). È importante sapere che i colori a tempera con l’uovo asciugano rapidamente e vi si può dipingere sopra più volte. Applicati ad un fondo liscio di gesso i colori temperati ad uovo creano una superficie piuttosto lucida, Quando è asciutta e un po’ invecchiata la pittura ad uovo diviene molto resistente e duratura, è quasi impermeabile. Non scolora nel tempo e non ingiallisce come avviene spesso con l’olio. Sotto la sporcizia e le vernici, molte opere medievali a tempera all’uovo sono fresche e brillanti come quando furono fatte. Se sono alterate, le cause del cambiamento sono da cercare nei fondi, nei pigmenti o nelle condizioni esterne, ma non nel legante. Le pitture a tempera all’uovo sono generalmente cambiate meno in cinquecento anni che i dipinti ad olio in trenta.
IMPORTANTE – Se tra diverse mani di colore si dovesse creare un film pittorico impermeabile, dovuto ad un’eccessiva quantità di legante, si può passare sulla superficie una mano tirata di FIELE DI BUE. Il fiele di bue è il prodotto della secrezione del fegato e delle ghiandole biliari. Ha la proprietà di sgrassare la superficie come fosse un sapone, permettendo quindi al colore una più facile adesione. In mancanza di fiele di bue si può utilizzare una patata, cipolla o aglio che hanno lo stesso potere sgrassante e adesivo. Permettono anche di ritoccare a tempera su superfici oleose.
Nella Roma del ‘500 una forte rinascita del culto per l’antico e i nuovi studi dei reperti archeologici favorirono lo sviluppo di un interesse crescente per i marmi e la pietra, con i quali la Roma imperiale si era rivestita. Si cominciò proprio in questo periodo a decorare il legno in finto marmo (nord Europa), supporti lignei e pareti (Italia). Nonostante questa tecnica sia nata come ripiego, in sostituzione del marmo vero, il suo sviluppo fu veloce e ben presto divenne decorazione a sè stante. Prima di affrontare un finto marmo è opportuno documentarsi sul tipo di marmo che si intende dipingere, per coglierne meglio tutte le sfumature di colore. I finti marmi (o marmorizzazione) sono utilizzati per la realizzazione di oggetti (scatole, lampade, stucchi, vassoi etc.), per la decorazione parietale (zoccolature, balaustre, boiserie, sovrapporte, Trompe l’Oeil etc.) complementi d’arredo (tavoli, top, mobili etc.). Per semplificare l’esecuzione pittorica dei finti marmi si può fare una divisione (anche se relativa, poiché c’è una grande varietà di marmi) tra le diverse tipologie e raggrupparli come segue:
MARMO A BRECCIA
PORFIDO ROSSO
Si dividono in due tipi: • Marmi con inclusioni di piccole dimensioni che si ottengono pittoricamente con il pennello. Fanno parte di questo gruppo tutti i porfidi. Il porfido nero, il porfido Biglio, il porfido rosso etc.
BRECCIA ROSSA
• Marmi che contengono ciottoli abbastanza grandi che si ottengono pittoricamente creando una base di colore e su quella vengono applicati pezzetti di giornale bagnati prima in acqua per facilitarne l’adesione sul supporto. Una volta lavorato il tutto con spazzolino e spugna, si tolgono i pezzetti di giornale e si finisce di dipingere avvicinandosi il più possibile al marmo originale. Fanno parte di questo gruppo tutte le brecce: Capitolina, di Aleppo, S. Bernardo, S. Benone, Corallina, del Suffragio, di Ezine, dei Caetani, di Sciro etc.
MARMO A VENA
VERDE ALPI
Fanno parte di questo gruppo il Carrara, il Rosa Portogallo, il Bardiglio, il Rosso Alicante, il Verde Alpi, il Giallo Siena etc. Si ottengono pittoricamente facendo una base di colore già movimentata e dipingendo poi le venature, diluendo il colore con molta acqua.
GRANITI
GRANITO
Fanno parte di questo gruppo appunto tutti i graniti (Andes Green, Verde Plasmato, Tiffany, Labrador, S. Lorenzo, Rosso etc.). Si ottengono pittoricamente partendo quasi sempre dal colore più chiaro dato sul supporto uniformemente e poi lavorandoci sopra con battiture con il pennello e spazzolino, ultimando con velature.
MARMI (che pittoricamente si ottengono con una reazione alcolica)
GIALLO TIGRATO
Individuabili da macchie irregolari e non definite, sono facilmente realizzabili pittoricamente facendo reagire il colore acrilico con alcol. Questa reazione, infatti, crea accumuli e vuoti naturalmente. Si creano pittoricamente così il Giallo Tigrato, il Diaspro, Eufotide, Crema Valencia, Rosso Verona, Lumachella Carnacina etc.
MARMI (che pittoricamente si ottengono con una reazione all’acqua)
CIPOLLINO MANDOLATO
Riconoscibili da venature non definite. Facilmente realizzabili pittoricamente creando su una base unita, le sfumature molto diluite e aggiungendo molta acqua, lasciando quindi che il colore si mischi da solo con l’acqua. Si creano pittoricamente così i vari tipi di Cipollino, il Verde Striato, il Primavera etc.
ALABASTRI
ALABASTRO FIORITO
Pittoricamente forse i più difficili da realizzare, sono il risultato di diverse tecniche. Alcuni di essi, infatti, si realizzano con reazioni alcoliche e sovrapposizioni di velature, venature e spazzolini. Il tipo di alabastro più rappresentato è senza dubbio quello Bianco e quello Fiorito.
MEGCREATIVE
Per iniziare a prendere confidenza con i finti marmi è consigliabile creare un finto intarsio marmoreo, al fine di realizzare più di un finto marmo sullo stesso supporto. Supporto “ligneo” ideale per realizzare un finto marmo è il Mediodensit o MDF (fibre a media densità) perché a differenza degli altri supporti, quest’ultimo non ha bisogno di alcuna preparazione. È sufficiente, infatti, carteggiare gli angoli per evitare che si scheggino e disegnare direttamente l’intarsio con matita e righello. Una volta scelto il disegno si passa a decidere i marmi secondo il proprio gusto o quello del committente. Si inizia poi ad incorniciare con lo scotch di carta ogni singola tarsia che vogliamo eseguire al fine di essere più precisi. Va inoltre passata sui bordi dello scotch la pietra agata per evitare che il colore penetri al di sotto, creando sbavature. Si inizia così a dipingere all’interno della parte delimitata dallo scotch il finto marmo che intendiamo realizzare.
IMPORTANTE
• Ogni volta che si finisce un finto marmo è bene proteggerlo con una mano di lacca, così se si dovesse sporcare durante la lavorazione è facile pulirlo. Una lacca consigliata è il Südwest, è all’acqua, invetriante, calpestabile, molto resistente, adatta anche per gli esterni. Ne esistono tre tipi: lucido, semilucido e opaco. La confezione varia da 1/2 Kg a 5 Kg. Ogni volta che viene usato, bisogna poi richiuderlo bene e conservare il barattolo capovolto. Il pennello si lava in acqua subito dopo l’uso. Accertarsi prima dell’uso che il pennello sia ben pulito, perché una volta messo il Südwest poi diventa difficoltoso toglierlo. Finito l’intarsio, si puliscono gli eventuali schizzi o sbavature con acqua e alcol al 50%, si fanno dei ritocchi pittorici se ce ne dovesse essere bisogno e poi si passa a dare la lacca. Prima due o tre mani tirate (senza accumuli), poi si carteggia con una carta vetrata a grana fine (800-1200), si spolvera bene il supporto e poi si inizia a passare la lacca a spessore (per togliere i rilievi tra un finto marmo ed un altro). • Per quanto riguarda le marmorizzazioni sul muro, decade tutto quello che abbiamo detto finora. Infatti, lavorando in verticale, alcune tecniche non potranno essere utilizzate e si lavorerà tutto con pennello, spugna e spazzolino. La lacca finale non potrà essere il Südwest visto che è una lacca adatta al legno e non al muro perché vetrificando non farebbe respirare le pareti. Bisogna quindi utilizzare un’emulsione acrilica all’acqua come il Primal (o AC 33, o Primal B-60 è sempre la stessa emulsione) o qualche altro prodotto con le stesse caratteristiche. Nel caso del Primal, di solito non si utilizza mai così com’è, ma si diluisce prima. La diluizione varia dall’uso che bisogna farne, se bisogna lucidare una superficie, infatti, potrà essere diluito 1:3 o 1:5 (1 parte di Primal e 3 o 5 di acqua). Se bisogna solo proteggere una superficie senza che diventi troppo brillante, si potrà diluire 1:7. Se serve come legante dei pigmenti (perché il pigmento unito a un’emulsione acrilica diventa un colore acrilico) basterà diluirlo 1:10 (1 parte di Primal e 10 di acqua).
Si riporta il disegno su carta fodera e con colla di farina si incollano le tessere capovolte sulla carta.
Colla di farina
1 parte di farina e 3 di acqua cotta a bagnomaria fino a quando la colla assumerà una consistenza gelatinosa.
Si prepara la superficie che accoglierà il mosaico con adesivo forte e si fa aderire il mosaico preparato rivoltato. Quando l’adesivo è consolidato si asporta la carta con acqua calda.
Questo metodo è particolarmente idoneo per mosaici pavimentali e consiste nel disporre le tessere capovolte sul disegno di carta o tela ed incollate con una colla idrosolubile. A lavoro ultimato si presenterà una superficie completamente liscia. SU TAVOLETTA
Su una base di multistrato si fissa il ?cartone?, si copre con una plastica trasparente ben tirata e fissata con puntine da disegno, poi con tela sottile tipo garza si fa la stessa cosa. A questo punto si contorna il disegno con bacchette di legno fissate con chiodi e si inizia ad incollare le tessere capovolte con colla di pesce preparata a bagnomaria (1 parte di colla e 3 di acqua).
Una volta terminato il lavoro si copre con una malta piuttosto liquida così composta:
° 3 parti di SABBIA DI FIUME setacciata
° 5 parti di CEMENTO bianco o grigio o colorato
° ACQUA
Si taglia una rete in misura appena più piccola del mosaico e si appoggia sulla prima malta poi si copre il tutto con la malta finale:
° 3 parti di SABBIA DI FIUME grossa
° 5 parti di CEMENTO
° ACQUA
Dopo 4/5 giorni si smonta il tutto e con una spugna bagnata con acqua calda si toglie la garza, poi si pulisce il mosaico.
Consiste nel disporre le tessere direttamente sulla superficie coperta di malta. In questo modo il mosaicista vedrà il disegno prendere forma sotto le sue mani e potrà intervenire per eventuali variazioni.
Si impermeabilizza una base di multistrato su tutti i lati con una mano ben tirata di acqua e vinavil (3 parti di acqua e 1 di vinavil), Si lascia asciugare e poi si impermeabilizza ancora con una mano di malta di copertura così composta:
° 1 parte di Polvere di marmo
° 1 parte di Cemento bianco o grigio
° 1 parte di Acqua e vinavil (3/1)
La consistenza deve essere quella dello yogurt – coprente ma non troppo.
Dopo aver coperto tutti i lati si lascia seccare.
La malta di lavoro deve essere più elastica di quella di copertura:
° 1 parte di cemento grigio
° 1 parte di Polvere di marmo
° 1 parte di Grassello di calce
° un pò di acqua di calce
N.B. Sabbia e Polvere di marmo sono INERTI
Cemento e Grassello di calce sono LEGANTI
INERTI e LEGANTI formano una malta duratura nel tempo.
Le tessere si ottengono appoggiando una pietra o una porzione di smalto sul TAGLIOLO che è la scure rivolta all’insù e fissata ad un ceppo, colpendo poi con la MARTELLINA, un martello a doppio taglio di acciaio duro.
Sul dipinto, chiamato CARTONE si applica la carta velina e con una penna si tracciano i contorni principali del disegno; si ricalca questa linea a rovescio con inchiostro e si appoggia la velina sulla malta di lavoro perfettamente livellata. La velina aderendo alla malta bagnata lascerà la traccia esatta del lavoro da eseguire.
Una volta terminato il mosaico si rifinisce con un legante per riempire gli spazi tra le tessere: tutta la superficie viene quindi ricoperta di una malta liquida e dopo qualche minuto ripulita accuratamente.
Dal greco classico eiko’n-onos che vuol dire immagine. E’ difficile dire quando siano sorte storicamente le icone. Una tradizione attribuisce le prime a S. Luca (infatti sempre rappresentato nell’atto di dipingere l’icona della Madonna). Ce n’è invece un’altra che ricollega l’icona alla sacra sindone, non eseguita da mano d’uomo, ma il cui ruolo di protezione e di vittoria sul male è maggiore rispetto a tutte le altre icone, anche quelle della Madonna e dei santi. L’icona, comunque, ha un suo posto particolare nell’arte bizantina, legata quindi a Bisanzio, poi divenuta Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’oriente. Mentre in Occidente è abituale la divisione tra arte antica e arte medievale,, l’icona perdura fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 e oltre, specialmente nei nuovi centri artistici sorti in concomitanza con la diffusione dell’ortodossia in Russia, Macedonia ecc. Purtroppo molte antiche icone sono andate perdute per opera degli iconoclasti, ma fu proprio in quell’epoca che ne emerse l’importanza, anche attraverso le sofferenze e il martirio di molti difensori dell’icona, e che si è sviluppata la teologia necessaria per comprenderle. Nell’esecuzione di un’icona si segue un canone ricco di significati simbolici. Un significato ben preciso hanno anche i colori, essi infatti non possono essere considerati come un semplice mezzo di decorazione, ma fanno parte del linguaggio che tende ad esprimere il mondo “divino”. ° L’oro indica la luce ° Il bianco la purezza e la trasfigurazione ° Il nero le tenebre, la non conoscenza ° Il rosso simbolizza il divino ° Il blu e il verde ciò che è umano Inoltre l’alfa e l’omega che si trovano in molte icone poste ai lati dell’immagine di Cristo richiamano il passo dell’Apocalisse 2, 13, dove si afferma la divinità del Figlio consostanziale al Padre. Ma vediamo come si realizza un’icona.
MATERIALI UTILIZZATI Legno grezzo: si può utilizzare legno massello, multistrato o lamellare, ma deve essere grezzo, se è già trattato deve essere riportato a vergine. Colla di pesce (o ittiocolla) Gesso di Bologna: minerale costituito essenzialmente da solfato di calcio con due molecole di acqua di cristallizzazione detto comunemente solfato di calcio biidratato. Caratteristica di questo tipo di gesso è che a differenza degli altri (alabastrino, scagliola ecc.) che induriscono solo con acqua, ha bisogno di un collante per indurire. Prima di tutto va preparata la colla di pesce con una proporzione di 1 a 10 ( 1 parte di colla e 10 di acqua) a bagnomaria. Una volta sciolta ne va presa una piccola quantità e diluita al 50% con acqua. Con questa si fa l’imprimitura passandone una mano tirata sul supporto ligneo (davanti, dietro, bordi) su cui si dovrà eseguire il lavoro. Nella colla originaria (quella sciolta con la proporzione 1 a 10) si inizia ad aggiungere il gesso di Bologna (precedentemente setacciato per renderlo fine, senza grumi). Lasciare che la colla assorba il gesso, senza mescolare perché si creerebbero delle bolle d’aria. Girare il composto (per rendersi conto della densità) solo quando il gesso di Bologna affiora in superficie. Dovrà avere la consistenza di uno yogurt. Una volta pronto il gesso e colla passare una mano tirata su un lato e i bordi della tavola. Aspettare che cominci ad asciugare (diventando man mano di colore bianco) e iniziare a dare delle mani a spessore (ogni volta di senso inverso alla precedente incrociando i passaggi), cercando con il pennello di sfiorare la superficie per non creare troppe irregolarità (dovrebbe infatti risultare una superficie piuttosto liscia). Tra una mano e l’altra non è indispensabile che il gesso e colla inizi a diventare bianco, l’importante è attendere che la superficie diventi opaca, ciò vuol dire che la colla di pesce inizia a solidificare, diventando gelatinosa, rapprendendosi dopo poco tempo. Data l’ultima mano (la seconda o la terza) lasciare asciugare bene prima di continuare il lavoro. Una volta pronto si carteggia il supporto così preparato per ottenere una superficie abbastanza liscia. Si inzia con una carta vetrata a grana media (150/180) e poi si finisce con una mano sottile (800/1200), per togliere i graffi dell’altra carta. Anticamente venivano date anche fino a 8 mani di gesso e colla, alternativamente da sinistra a destra, dall’alto in basso e si lasciava asciugare all’aria. Si cospargeva infine una sottile polvere di carbone, in modo da evidenziare le eventuali protuberanze che venivano eliminate prima con un raschietto uncinato e poi con uno piatto usato con mano leggera. Il materiale eccedente veniva spazzato via con penne di gallina o d’oca per non graffiare minimamente la superficie. Durante la seconda metà del XV sec., le preparazioni si ridussero progressivamente di spessore. Dopo aver spolverato bene la superficie (precedentemente carteggiata), si riporta il disegno e si può iniziare a creare delle cornici e particolari a rilievo, cercando di fare questo lavoro con precisione, servendosi magari dello scotch di carta, su i cui bordi esterni andrà passata la pietra agata, o qualsiasi pietra che non si sgretoli o si sfaldi, per non far penetrare il gesso e colla al di sotto dello scotch.
IMPORTANTE Bisogna togliere lo scotch prima che il lavoro si asciughi troppo, perché a quel punto non sarà più possibile staccarlo. Per creare le cornici e i particolari a rilievo verrà utilizzato un gesso e colla più denso che prende il nome di Pastiglia. Su questo lavoro tante sono le possibilità di decorazione, le superfici possono essere infatti oltre che a rilievo anche incise per mezzo di bulini, si possono aggiungere gemme di vetro o altri elementi, ottenendo dei risultati di grande effetto.
Si può preparare la pattina anche senza supporto ligneo (come complemento d’arredo o da camottare in seguito). L’importante è che al gesso e colla si unisca il 10-20% di olio di lino cotto, per renderlo elastico e permettere alla tela di essere arrotolata.
Dal greco Kamòs che vuol dire bloccare, fermare. Soprattutto nei paesi mediterranei, tra il XIII e il XVI sec., era consuetudine ricoprire le tavole con strisce di tela sottile, in genere lino o canapa, per salvaguardare il più possibile la preparazione gessosa dai movimenti naturali del legno e prevenire eventuali spaccature. L’usanza di incollare la tela sulle tavole risale a tempi molto antichi. Si è potuto accertare infatti che già in epoca ellenistica e tard-romana in alcuni ritratti ritrovati in Egitto (ritratti del Fayum) vi sono tele applicate sulle tavole e spesso, sopra di esse, preparazioni a gesso e colla su cui dipingere. La tradizione classica si trasmette quindi all’alto Medioevo. Sul supporto ligneo su cui era applicata la tela, veniva fatta l’imprimitura con colla animale e il tessuto veniva spianato con le mani dal centro verso i lati, in modo da eliminare ogni protuberanza o piega esistente e ottenere una perfetta adesione alla tavola. MATERIALI UTILIZZATI ° LEGNO GREZZO (MASSELLO, MULTISTRATO, LAMELLARE) ° TELA PATTINA o altra tela sottile ° GESSO DI BOLOGNA ° COLLA DI PESCE Si prepara la colla di pesce in rapporto 1 a 10 a bagnomaria, se ne prende una piccola quantità e si diluisce al 50% con acqua per fare l’imprimitura su tutto il supporto ligneo. Nella colla di pesce rimanente (quella con diluizione 1 a 10) si setaccia il gesso di Bologna fino ad ottenere un composto della stessa consistenza di quello usato per l’icona. Si applica il gesso e colla dall’interno verso l’esterno, partendo dal centro, spingendo bene per far aderire la tela al supporto senza creare pieghe o bolle d’aria. Spingere bene anche su i bordi e fermare la tela con delle sellerine (chiodini da tappezzeria), lungo i contorni. Lasciare asciugare e togliere la tela in eccesso, con delle forbici. Su questa preparazione si può dipingere con la tempera grassa, magra, mista, ma anche con olio e acrilico.
Benchè di solito tutti i dipinti pompeiani vengano chiamati semplicemente affreschi, la vera natura della tecnica con cui sono stati eseguiti alcuni di essi è ignota. Essi ci sono pervenuti in un perfetto stato di conservazione: quelli i cui colori hanno perso il primitivo splendore sono stati danneggiati dalle intemperie o dall’umidità dopo la loro scoperta. Per questa ragione, se da un lato dobbiamo rimpiangere che le pitture pompeiane conservate nel museo nazionale di Napoli siano state allontanate dall’ambiente ad esse destinato, dall’altro dobbiamo considerare che proprio grazie a questo fatto, le possiamo ancora vedere così come vennero ritrovate. Di particolare interesse risulta essere la tecnica con cui sono stati realizzati i dipinti pompeiani. Sembra da escludere che tutti siano veri affreschi, infatti si ipotizza che i colori siano stati applicati sul muro già asciutto dato che non si trovano tracce dei raccordi inevitabili (a meno di non terminare tutto il lavoro nello stesso giorno) in un’opera ad affresco, dove il colore deve essere steso sul muro ancora umido. Lo stato di conservazione sembra anche dovuto alla qualità dell’intonaco, i cui strati più superficiali sarebbero stati costituiti da polvere di marmo e calce con aggiunta di altri componenti, preparazione che garantisce il perdurare dell’opera. PREPARAZIONE DELL’INTONACO Per ottenere la malta su cui dipingere (su supporto ligneo) va innanzitutto preparata la colla di pesce , che si ricava dalle vesciche natatorie di alcuni pesci. La più pregiata si ricava dallo storione e da varietà di pesci ad esso affini. Queste vesciche lavate, disseccate e private della pelle esterna formano la vera colla di pesce o ittiocolla. Insolubile in acqua fredda, solubile in acqua bollente. La sua diluizione è in rapporto da 1 a 10 (1 parte di colla, 10 parti di acqua) si scioglie a bagnomaria. Se dovesse avanzare si aspetta che raffreddi (diventando di consistenza gelatinosa), si aggiunge un po’ di aceto di vino per mantenerla, per finire si può anche mettere in frigorifero. Una volta pronta la colla di pesce, se ne prende un po’ e si diluisce con acqua al 50% (metà colla e metà acqua) e con essa si fa l’imprimitura della tavola di legno su cui si dovrà realizzare la pittura. A questo punto si prende della stoppa idraulica o spago tagliata irregolarmente e si adagia sulla tavola, fissata in alcuni punti con la colla di pesce non diluita, per impedire che si muova. Questa permette una buona presa dell’intonaco sul legno. Si prepara la malta in queste proporzioni: ° stucco in polvere 40% ° polvere di marmo 40% ° grassello di calce 10% ° colla di pesce (per renderla più resistente) 10% ° acqua q.b. Si inizia ad impastare e si continua a diluire con acqua finché non è pronto il composto necessario per ricoprire tutta la superficie lignea. IMPORTANTE Se il lavoro dovete farlo sul muro NON utilizzate la colla di pesce, infatti non può essere applicata sul muro perché ammuffisce. Una volta asciugata la malta si riporta il disegno precedentemente preparato e si inizia a dipingere con pigmenti macinati in acqua, senza alcun tipo di legante, verrà infatti fissato tutto il lavoro ad Encausto (cioè con cera a caldo).
Per la pittura murale la tecnica principale è stata quella dell’affresco. Tale tecnica si ha quando ci si è valsi del principio di fermare il colore, intriso nell’intonaco ancora umido, usando la carbonatazione della calce, secondo la formula Ca(HO)2+CO2->CaCO3+H2O e cioè quando la calce dell’intonaco combinandosi con i gas carboniosi dell’aria si è trasformata in carbonato di calcio, divenendo una superficie compatta di consistenza marmorea, che chiude in sè il colore. Il colore risulta così sigillato nella pellicola superficiale di carbonato di calcio, prodotta appunto da questa reazione. Perché tale processo possa avvenire con buoni risultati, l’essicazione dell’affresco (l’eliminazione dell’acqua) deve avvenire lentamente ed uniformemente. Nella pittura a fresco gli elementi principali da considerare sono: il muro, l’arriccio, l’intonaco. IL MURO Il muro può essere di pietre o di mattoni, ma non ad esempio misto, perché tale varietà provocherebbe diversificazioni sull’affresco; deve essere esente da umidità. E’ importante inoltre bagnare bene il muro prima di stendere l’arriccio affinché faccia buona presa. L’ARRICCIO L’arriccio è costituito da un impasto (malta) di sabbia e calce. La sabbia deve essere silicea e di fiume (quella di mare presenta sali) e deve essere esente da argilla che crea sfaldature. Prima di utilizzarla va setacciata per eliminare i pezzetti più grandi. La calce è un materiale ottenuto sottoponendo a speciale cottura le rocce contenenti carbonato di calcio (calcari). Per formare le murature e per avere un utilizzo nel campo pittorico la calce così ottenuta, detta viva, deve essere sottoposta al procedimento di “spegnimento”. Lo spegnimento si ottiene attraverso il trattamento della calce viva con l’acqua. La calce così ottenuta si dice spenta o grassa perché formata da un grassello consistente e quasi untuoso (da qui “grassello di calce”). Questo tipo di calce è la più adatta per l’affresco perché costituita da calcare più puro. Aggiungendo acqua al grassello si ottiene il latte di calce, aggiungendo ancora acqua si ottiene l’acqua di calce. Le proporzioni tra sabbia e calce sono le seguenti: 2 parti di sabbia (circa) 1 parte di grassello di calce Le dosi possono anche variare se la calce è più o meno silicea. Tenere presente che troppa calce fa screpolare l’arriccio, come pure l’intonaco. Questo composto va lavorato a lungo fino a diventare relativamente consistente e molto omogeneo. L’INTONACO L’intonaco destinato a ricevere il colore, detto anche “intonachino”, è composto di polvere di marmo e grassello di calce in proporzione (più polvere di marmo che grassello) e viene applicato sull’arriccio (precedentemente bagnato). Esso deve essere ben umido (fresco) e restare tale per tutto il corso del lavoro di coloritura (da qui la definizione “affresco”) per questo si può applicare sul muro solo la superficie che sarà dipinta durante la giornata. Si hanno, quindi, dalle 8 alle 12 ore di tempo per concludere il lavoro, infatti per permettere il processo di carbonatazione le stesure di intonachino sono in genere di dimensioni limitate, ampie cioè quanto la superficie che il pittore ritiene di poter dipingere in un giorno, tempo necessario all’intonachino per asciugare. Da qui il nome di “giornata” dato alle singole stesure di intonachino. IMPORTANTE Poiché devono resistere all’azione caustica della calce, non tutti i colori sono utilizzabili nell’affresco. Sono preferibili i pigmenti di origine minerale, perché gli altri cambiano di natura e colore. (es. giallo cromo) Se l’intonachino dovesse asciugare prima di terminare del tutto l’affresco e cioè se si ha la necessità di fare piccoli ritocchi, questi si possono eseguire a secco (su l’intonaco asciutto) con tempera all’uovo o con colori a calce (cioè preparati con la calce come legante).
La tecnica della doratura consiste nell’applicazione, su qualsiasi superficie, d’oro in foglie (o in polvere). La doratura è stata ampiamente usata fin dall’antichità, per la decorazione, accanto all’oro massiccio. Esistono reperti dorati con foglia d’oro risalenti a 3000 anni fa, come le maschere di Tutankamon, faraone della diciottesima dinastia egiziana. Anche i Bizantini usarono molto l’oro mescolandolo con la cera. Cinesi e Giapponesi hanno dipinto su superfici totalmente dorate. In tempi relativamente recenti, i costi minori, hanno consentito la diffusione della doratura a foglia per decorare stucchi e architetture di chiese e palazzi. Attualmente questa tecnica è usata per impreziosire cornici di valore e per realizzare decorazioni e rifiniture particolari. Per essere bravi doratori è necessaria molta esperienza e la conoscenza di tecniche specialistiche come l’uso del gesso di Bologna e del Bolo (sostanza argillosa che si applica come base per la foglia d’oro – può essere di colore rosso, giallo o nero). Al fine di ottenere decorazioni d’effetto su materiali di poco pregio è però sufficiente l’uso della foglia metallica colore oro (oro falso) che essendo molto più pesante di quella d’oro zecchino è di più facile applicazione e di costo chiaramente inferiore. Se ben antichizzata, consente inoltre di ottenere ottimi risultati. Questo è il tipo di doratura che affronteremo, cioè la doratura a missione, estremamente semplificata rispetto a quella che richiede l’uso di oro vero. In questo caso è sufficiente applicare sull’oggetto un’emulsione a base vinilica che si chiama missione. In particolare quella che useremo è una missione all’acqua a 10 minuti, ne esistono infatti, altri tipi con tempi più lunghi (3/12 ore). E’ sufficiente passare una mano ben tirata (in pratica senza accumuli)) sull’oggetto da dorare e aspettare 10 minuti. L’importante è ricordare che prima dei dieci minuti la foglia d’oro non attacca, se passano più di dieci minuti, anche delle ore, la foglia d’oro attaccherà ugualmente senza problemi. Per quanto riguarda l’argentatura si segue lo stesso procedimento. L’argento che si utilizza non è allo stato puro, ma è mischiato con leghe come lo zinco, il rame, l’alluminio e altri metalli. L’argento è uno dei metalli più anticamente conosciuti e in passato era usato spesso anche per le false dorature, più economiche che quelle vere perché l’oggetto argentato, se laccato più volte con la gomma lacca, acquista il colore caldo dell’oro. L’argento trattato in questo modo si chiama argento a mecca.
GOMMALACCA Per modificare il colore, antichizzare, proteggere la foglia d’oro o d’argento si utilizza la gommalacca. La gommalacca è il prodotto di una simbiosi tra la resina di una pianta delle indie orientali e un insetto che ci vive. In commercio si trova in bastoni, grani, ma soprattutto in scaglie e prepararla è facilissimo. Si riempie un recipiente di vetro, che abbia una chiusura ermetica, con gommalacca in scaglie e si versa dell’alcol a 94° fino a ricoprirla, lasciando anzi un dito di alcol sopra. Il giorno dopo è pronta per essere usata. Si mantiene nel tempo, l’importante è che il contenitore rimanga ben chiuso.
IMPORTANTE La gommalacca, essendo una lacca a base alcolica, teme l’acqua e l’umidità. Alla presenza di una delle due, invece di mantenere il suo colore giallastro-trasparente, inizia a diventare bianca, rovinando così la patina che si sta creando. A questo inconveniente si può ovviare utilizzando sempre pennelli asciutti o puliti accuratamente in alcol e facendo questo lavoro in un luogo esente da umidità. Se nulla di tutto questo sarà eseguito e la gommalacca comincia a “sbiancare” si può avvicinare all’oggetto una fonte di calore (es. un phon).
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Anche questo lavoro (come il portabottiglia con la corteccia) partecipa al concorso sul sito http://www.decolucy.com
Sono le nappine per le chiavi dell’armadio che ho realizzato a decoupage, alcuni con carta, altri con tovagliolo, su uova di plastica. I fondi sono ad acrilico, quello viola l’ho creato a buccia d’arancia con gesso acrilico e sabbia.
E’ partito il nuovo concorso sul sito Decolucy
Tre i progetti che ho inserito in concorso e precisamente:
– il restauro di una parete con pittura pompeiana
– il recupero di una fetta di tronco d’albero dipinta con acrilici
– il recupero di vasetti di vetro dello yogurt trasformati in candele gel
Per quanto riguarda le votazioni bisogna essere registrati.
“Pulire i pennelli è tra le operazioni più noiose di fine giornata. La procedura la conosciamo un pò tutti e, spesso, ciascun pittore utilizza qualche piccola variante. Il metodo più noto è quello di pulire i pennelli con trementina o acqua ragia e, infine, passare sopra un pò di sapone di marsiglia. Ho usato questo metodo per molto tempo. Ma notavo che sul lungo termine qualcosa non andava. I pennelli di tanto in tanto si rovinavano. Avevo la sensazione che acqua ragia e trementina fossero troppo aggressivi per pennelli di pelo di bue o martora kolinsky. E allora ho fatto un pò di ricerche e ho scoperto che già qualche secolo fa un noto artista aveva trovato un metodo alternativo di cui oggi voglio parlarti.