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Bijoux

Orecchini a partire da 5€;

Bracciali  a partire da 10€;

Collane a partire da 20€

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IL BISTICCIO TRA L’AFFRESCO E L’ACQUERELLO


C’era una volta un acquerello che viveva appeso di fronte ad una grande parete affrescata e deciso nel far guerra con il rivale, cominciò a borbottare:

“Ehi tu affresco non credere di essere il re della stanza perché la gente appena entra ti guarda a bocca aperta esclamando:“Che meraviglia!” e poi si rivolge a me dicendo “Che carino!””.

Devi sapere caro affresco che il mio artista mi realizzò con dei materiali particolari, usando dei passaggi e metodi non semplici a dirsi e a farsi; mi spiego meglio e “cara la mia parete di fronte” apri le orecchie: “il mio corpo è la carta, non certo la cartaccia semplice, sottile, ma una cellulosa raffinata, compatta, morbida e bianca al punto da assorbire il colore (il mio vestito) e sfruttare, come chiaro e luce,  il mio corpo bianco. Il mio pittore con la spugna imbevuta d’acqua, ha bagnato la carta in modo che il colore si espandesse per ottenere effetti particolari, morbidi”.

Rispose l’affresco: “Il mio corpo, la parete, è composto di calce e sabbia: una calce scelta di prima qualità, grassa, untuosa e invecchiata; la sabbia di fiume setacciata e lavata. Anche il mio corpo (parete) deve assorbire il colore e il pittore mi bagna con acqua per dipingere con scioltezza e non farmi seccare; la calce si fisserà ai colori che diventeranno brillanti e luminosi”.

Ribatté l’acquerello: “I miei colori vengono sciolti con acqua e messi con pennelli morbidissimi,  vellutati. Sai caro affresco, sono un dipinto prezioso”.

Rispose l’affresco: “Pensi forse di essere unico in tutto ciò? I miei colori sono polveri pure sciolte con acqua, una parte di pennelli è di setola, altri per le velature sono morbidi, diciamo come i tuoi”.

Esclamò l’acquerello: “Ora ti stupirò! Se un pittore non è esperto, o meglio, non ha molta esperienza, non mi può realizzare, perché se sbaglia una stesura di colore non la può né cancellare né correggere perché la carta, assorbendo la tinta la blocca e fissa. Quindi bisogna essere sicuri e precisi. Vedi che belle macchie di colore! Che freschezza di stesura! La luce emana dal foglio bianco: non ci sono pentimenti”.

Replicò l’affresco: “Se continui con questo tono di sfida ti stacco il chiodo dove sei appeso! Mi stai togliendo le parole di bocca! Anche il mio muro assorbe e blocca il colore e dopo poco tempo con la partenza della carbonatazione fissa subito la stesura del pigmento. Il pittore non può mettere troppi colori sovrapponendoli (in giornata) ma deve controllare con sicurezza il tempo di stesura e la quantità. Quindi bisogna avere:

  1. decisione
  2. abilità 
  3. velocità

Il risultato sono macchie morbide, armoniose, trasparenti e luminose”.

Dopo questo battibecco serrato fra i due contendenti, regnò un lungo silenzio. Prese la parola l’affresco: “Caro acquerello mettiamo le carte in tavola, noi abbiamo molte cose in comune quindi la sola differenza, oltre alla materia carta o muro, è la grandezza. A noi basta rendere felici i nostri spettatori, d’altronde senza noi che fredda stanza sarebbe”.

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Come pulire i pennelli nella pittura ad olio?

Interessante metodo suggerito da Salvatore D’angelo

“Pulire i pennelli è tra le operazioni più noiose di fine giornata.
La procedura la conosciamo un pò tutti e, spesso, ciascun pittore
utilizza qualche piccola variante. Il metodo più noto è quello di
pulire i pennelli con trementina o acqua ragia e, infine, passare
sopra un pò di sapone di marsiglia.
Ho usato questo metodo per molto tempo. Ma notavo che sul lungo
termine qualcosa non andava. I pennelli di tanto in tanto si
rovinavano. Avevo la sensazione che acqua ragia e trementina fossero
troppo aggressivi per pennelli di pelo di bue o martora kolinsky.
E allora ho fatto un pò di ricerche e ho scoperto che già qualche
secolo fa un noto artista aveva trovato un metodo alternativo di
cui oggi voglio parlarti.

Da tempo ormai uso il metodo che descrivo qui:
http://www.disegnoepittura.it/come-pulire-i-pennelli-pittura-olio/?awt_l=H3p_k&awt_m=3deUevVSYn_iriJ

mi trovo benissimo. I pennelli ogni volta che li uso sembrano come
nuovi. Qualche pennello rovinato sono pure riuscito a recuperarlo.”

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Mosaico indiretto su carta


Si riporta il disegno su carta fodera e con colla di farina si incollano le tessere capovolte sulla carta.

Colla di farina

1 parte di farina e 3 di acqua cotta a bagnomaria fino a quando la colla assumerà una consistenza gelatinosa.
Si prepara la superficie che accoglierà il mosaico con adesivo forte e si fa aderire il mosaico preparato rivoltato. Quando l’adesivo è consolidato si asporta la carta con acqua calda.
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Mosaico indiretto


Questo metodo è particolarmente idoneo per mosaici pavimentali e consiste nel disporre le tessere capovolte sul disegno di carta o tela ed incollate con una colla idrosolubile. A lavoro ultimato si presenterà una superficie completamente liscia.
SU TAVOLETTA
Su una base di multistrato si fissa il ?cartone?, si copre con una plastica trasparente ben tirata e fissata con puntine da disegno, poi con tela sottile tipo garza si fa la stessa cosa. A questo punto si contorna il disegno con bacchette di legno fissate con chiodi e si inizia ad incollare le tessere capovolte con colla di pesce preparata a bagnomaria (1 parte di colla e 3 di acqua).
Una volta terminato il lavoro si copre con una malta piuttosto liquida così composta:
° 3 parti di SABBIA DI FIUME setacciata
° 5 parti di CEMENTO bianco o grigio o colorato
° ACQUA
Si taglia una rete in misura appena più piccola del mosaico e si appoggia sulla prima malta poi si copre il tutto con la malta finale:
° 3 parti di SABBIA DI FIUME grossa
° 5 parti di CEMENTO
° ACQUA
Dopo 4/5 giorni si smonta il tutto e con una spugna bagnata con acqua calda si toglie la garza, poi si pulisce il mosaico.

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Mosaico diretto

Consiste nel disporre le tessere direttamente sulla superficie coperta di malta. In questo modo il mosaicista vedrà il disegno prendere forma sotto le sue mani e potrà intervenire per eventuali variazioni.
Si impermeabilizza una base di multistrato su tutti i lati con una mano ben tirata di acqua e vinavil (3 parti di acqua e 1 di vinavil), Si lascia asciugare e poi si impermeabilizza ancora con una mano di malta di copertura così composta:
° 1 parte di Polvere di marmo
° 1 parte di Cemento bianco o grigio
° 1 parte di Acqua e vinavil (3/1)
La consistenza deve essere quella dello yogurt – coprente ma non troppo.
Dopo aver coperto tutti i lati si lascia seccare.
La malta di lavoro deve essere più elastica di quella di copertura:
° 1 parte di cemento grigio
° 1 parte di Polvere di marmo
° 1 parte di Grassello di calce
° un pò di acqua di calce
N.B. Sabbia e Polvere di marmo sono INERTI
Cemento e Grassello di calce sono LEGANTI
INERTI e LEGANTI formano una malta duratura nel tempo.
Le tessere si ottengono appoggiando una pietra o una porzione di smalto sul TAGLIOLO che è la scure rivolta all’insù e fissata ad un ceppo, colpendo poi con la MARTELLINA, un martello a doppio taglio di acciaio duro.
Sul dipinto, chiamato CARTONE si applica la carta velina e con una penna si tracciano i contorni principali del disegno; si ricalca questa linea a rovescio con inchiostro e si appoggia la velina sulla malta di lavoro perfettamente livellata. La velina aderendo alla malta bagnata lascerà la traccia esatta del lavoro da eseguire.
Una volta terminato il mosaico si rifinisce con un legante per riempire gli spazi tra le tessere: tutta la superficie viene quindi ricoperta di una malta liquida e dopo qualche minuto ripulita accuratamente.
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Icona

Dal greco classico eiko’n-onos che vuol dire immagine. E’ difficile dire quando siano sorte storicamente le icone. Una tradizione attribuisce le prime a S. Luca (infatti sempre rappresentato nell’atto di dipingere l’icona della Madonna). Ce n’è invece un’altra che ricollega l’icona alla sacra sindone, non eseguita da mano d’uomo, ma il cui ruolo di protezione e di vittoria sul male è maggiore rispetto a tutte le altre icone, anche quelle della Madonna e dei santi. L’icona, comunque, ha un suo posto particolare nell’arte bizantina, legata quindi a Bisanzio, poi divenuta Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’oriente. Mentre in Occidente è abituale la divisione tra arte antica e arte medievale,, l’icona perdura fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 e oltre, specialmente nei nuovi centri artistici sorti in concomitanza con la diffusione dell’ortodossia in Russia, Macedonia ecc. Purtroppo molte antiche icone sono andate perdute per opera degli iconoclasti, ma fu proprio in quell’epoca che ne emerse l’importanza, anche attraverso le sofferenze e il martirio di molti difensori dell’icona, e che si è sviluppata la teologia necessaria per comprenderle. Nell’esecuzione di un’icona si segue un canone ricco di significati simbolici. Un significato ben preciso hanno anche i colori, essi infatti non possono essere considerati come un semplice mezzo di decorazione, ma fanno parte del linguaggio che tende ad esprimere il mondo “divino”. ° L’oro indica la luce ° Il bianco la purezza e la trasfigurazione ° Il nero le tenebre, la non conoscenza ° Il rosso simbolizza il divino ° Il blu e il verde ciò che è umano Inoltre l’alfa e l’omega che si trovano in molte icone poste ai lati dell’immagine di Cristo richiamano il passo dell’Apocalisse 2, 13, dove si afferma la divinità del Figlio consostanziale al Padre. Ma vediamo come si realizza un’icona.
MATERIALI UTILIZZATI Legno grezzo: si può utilizzare legno massello, multistrato o lamellare, ma deve essere grezzo, se è già trattato deve essere riportato a vergine. Colla di pesce (o ittiocolla) Gesso di Bologna: minerale costituito essenzialmente da solfato di calcio con due molecole di acqua di cristallizzazione detto comunemente solfato di calcio biidratato. Caratteristica di questo tipo di gesso è che a differenza degli altri (alabastrino, scagliola ecc.) che induriscono solo con acqua, ha bisogno di un collante per indurire. Prima di tutto va preparata la colla di pesce con una proporzione di 1 a 10 ( 1 parte di colla e 10 di acqua) a bagnomaria. Una volta sciolta ne va presa una piccola quantità e diluita al 50% con acqua. Con questa si fa l’imprimitura passandone una mano tirata sul supporto ligneo (davanti, dietro, bordi) su cui si dovrà eseguire il lavoro. Nella colla originaria (quella sciolta con la proporzione 1 a 10) si inizia ad aggiungere il gesso di Bologna (precedentemente setacciato per renderlo fine, senza grumi). Lasciare che la colla assorba il gesso, senza mescolare perché si creerebbero delle bolle d’aria. Girare il composto (per rendersi conto della densità) solo quando il gesso di Bologna affiora in superficie. Dovrà avere la consistenza di uno yogurt. Una volta pronto il gesso e colla passare una mano tirata su un lato e i bordi della tavola. Aspettare che cominci ad asciugare (diventando man mano di colore bianco) e iniziare a dare delle mani a spessore (ogni volta di senso inverso alla precedente incrociando i passaggi), cercando con il pennello di sfiorare la superficie per non creare troppe irregolarità (dovrebbe infatti risultare una superficie piuttosto liscia). Tra una mano e l’altra non è indispensabile che il gesso e colla inizi a diventare bianco, l’importante è attendere che la superficie diventi opaca, ciò vuol dire che la colla di pesce inizia a solidificare, diventando gelatinosa, rapprendendosi dopo poco tempo. Data l’ultima mano (la seconda o la terza) lasciare asciugare bene prima di continuare il lavoro. Una volta pronto si carteggia il supporto così preparato per ottenere una superficie abbastanza liscia. Si inzia con una carta vetrata a grana media (150/180) e poi si finisce con una mano sottile (800/1200), per togliere i graffi dell’altra carta. Anticamente venivano date anche fino a 8 mani di gesso e colla, alternativamente da sinistra a destra, dall’alto in basso e si lasciava asciugare all’aria. Si cospargeva infine una sottile polvere di carbone, in modo da evidenziare le eventuali protuberanze che venivano eliminate prima con un raschietto uncinato e poi con uno piatto usato con mano leggera. Il materiale eccedente veniva spazzato via con penne di gallina o d’oca per non graffiare minimamente la superficie. Durante la seconda metà del XV sec., le preparazioni si ridussero progressivamente di spessore. Dopo aver spolverato bene la superficie (precedentemente carteggiata), si riporta il disegno e si può iniziare a creare delle cornici e particolari a rilievo, cercando di fare questo lavoro con precisione, servendosi magari dello scotch di carta, su i cui bordi esterni andrà passata la pietra agata, o qualsiasi pietra che non si sgretoli o si sfaldi, per non far penetrare il gesso e colla al di sotto dello scotch.
IMPORTANTE Bisogna togliere lo scotch prima che il lavoro si asciughi troppo, perché a quel punto non sarà più possibile staccarlo. Per creare le cornici e i particolari a rilievo verrà utilizzato un gesso e colla più denso che prende il nome di Pastiglia. Su questo lavoro tante sono le possibilità di decorazione, le superfici possono essere infatti oltre che a rilievo anche incise per mezzo di bulini, si possono aggiungere gemme di vetro o altri elementi, ottenendo dei risultati di grande effetto.
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Camottatura

Dal greco Kamòs che vuol dire bloccare, fermare. Soprattutto nei paesi mediterranei, tra il XIII e il XVI sec., era consuetudine ricoprire le tavole con strisce di tela sottile, in genere lino o canapa, per salvaguardare il più possibile la preparazione gessosa dai movimenti naturali del legno e prevenire eventuali spaccature. L’usanza di incollare la tela sulle tavole risale a tempi molto antichi. Si è potuto accertare infatti che già in epoca ellenistica e tard-romana in alcuni ritratti ritrovati in Egitto (ritratti del Fayum) vi sono tele applicate sulle tavole e spesso, sopra di esse, preparazioni a gesso e colla su cui dipingere. La tradizione classica si trasmette quindi all’alto Medioevo. Sul supporto ligneo su cui era applicata la tela, veniva fatta l’imprimitura con colla animale e il tessuto veniva spianato con le mani dal centro verso i lati, in modo da eliminare ogni protuberanza o piega esistente e ottenere una perfetta adesione alla tavola. MATERIALI UTILIZZATI ° LEGNO GREZZO (MASSELLO, MULTISTRATO, LAMELLARE) ° TELA PATTINA o altra tela sottile ° GESSO DI BOLOGNA ° COLLA DI PESCE Si prepara la colla di pesce in rapporto 1 a 10 a bagnomaria, se ne prende una piccola quantità e si diluisce al 50% con acqua per fare l’imprimitura su tutto il supporto ligneo. Nella colla di pesce rimanente (quella con diluizione 1 a 10) si setaccia il gesso di Bologna fino ad ottenere un composto della stessa consistenza di quello usato per l’icona. Si applica il gesso e colla dall’interno verso l’esterno, partendo dal centro, spingendo bene per far aderire la tela al supporto senza creare pieghe o bolle d’aria. Spingere bene anche su i bordi e fermare la tela con delle sellerine (chiodini da tappezzeria), lungo i contorni. Lasciare asciugare e togliere la tela in eccesso, con delle forbici. Su questa preparazione si può dipingere con la tempera grassa, magra, mista, ma anche con olio e acrilico.

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Pittura Pompeiana

Benchè di solito tutti i dipinti pompeiani vengano chiamati semplicemente affreschi, la vera natura della tecnica con cui sono stati eseguiti alcuni di essi è ignota. Essi ci sono pervenuti in un perfetto stato di conservazione: quelli i cui colori hanno perso il primitivo splendore sono stati danneggiati dalle intemperie o dall’umidità dopo la loro scoperta. Per questa ragione, se da un lato dobbiamo rimpiangere che le pitture pompeiane conservate nel museo nazionale di Napoli siano state allontanate dall’ambiente ad esse destinato, dall’altro dobbiamo considerare che proprio grazie a questo fatto, le possiamo ancora vedere così come vennero ritrovate. Di particolare interesse risulta essere la tecnica con cui sono stati realizzati i dipinti pompeiani. Sembra da escludere che tutti siano veri affreschi, infatti si ipotizza che i colori siano stati applicati sul muro già asciutto dato che non si trovano tracce dei raccordi inevitabili (a meno di non terminare tutto il lavoro nello stesso giorno) in un’opera ad affresco, dove il colore deve essere steso sul muro ancora umido. Lo stato di conservazione sembra anche dovuto alla qualità dell’intonaco, i cui strati più superficiali sarebbero stati costituiti da polvere di marmo e calce con aggiunta di altri componenti, preparazione che garantisce il perdurare dell’opera. PREPARAZIONE DELL’INTONACO Per ottenere la malta su cui dipingere (su supporto ligneo) va innanzitutto preparata la colla di pesce , che si ricava dalle vesciche natatorie di alcuni pesci. La più pregiata si ricava dallo storione e da varietà di pesci ad esso affini. Queste vesciche lavate, disseccate e private della pelle esterna formano la vera colla di pesce o ittiocolla. Insolubile in acqua fredda, solubile in acqua bollente. La sua diluizione è in rapporto da 1 a 10 (1 parte di colla, 10 parti di acqua) si scioglie a bagnomaria. Se dovesse avanzare si aspetta che raffreddi (diventando di consistenza gelatinosa), si aggiunge un po’ di aceto di vino per mantenerla, per finire si può anche mettere in frigorifero. Una volta pronta la colla di pesce, se ne prende un po’ e si diluisce con acqua al 50% (metà colla e metà acqua) e con essa si fa l’imprimitura della tavola di legno su cui si dovrà realizzare la pittura. A questo punto si prende della stoppa idraulica o spago tagliata irregolarmente e si adagia sulla tavola, fissata in alcuni punti con la colla di pesce non diluita, per impedire che si muova. Questa permette una buona presa dell’intonaco sul legno. Si prepara la malta in queste proporzioni: ° stucco in polvere 40% ° polvere di marmo 40% ° grassello di calce 10% ° colla di pesce (per renderla più resistente) 10% ° acqua q.b. Si inizia ad impastare e si continua a diluire con acqua finché non è pronto il composto necessario per ricoprire tutta la superficie lignea. IMPORTANTE Se il lavoro dovete farlo sul muro NON utilizzate la colla di pesce, infatti non può essere applicata sul muro perché ammuffisce. Una volta asciugata la malta si riporta il disegno precedentemente preparato e si inizia a dipingere con pigmenti macinati in acqua, senza alcun tipo di legante, verrà infatti fissato tutto il lavoro ad Encausto (cioè con cera a caldo).

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Affresco


Per la pittura murale la tecnica principale è stata quella dell’affresco. Tale tecnica si ha quando ci si è valsi del principio di fermare il colore, intriso nell’intonaco ancora umido, usando la carbonatazione della calce, secondo la formula
Ca(HO)2+CO2->CaCO3+H2O
e cioè quando la calce dell’intonaco combinandosi con i gas carboniosi dell’aria si è trasformata in carbonato di calcio, divenendo una superficie compatta di consistenza marmorea, che chiude in sè il colore. Il colore risulta così sigillato nella pellicola superficiale di carbonato di calcio, prodotta appunto da questa reazione. Perchè tale processo possa avvenire con buoni risultati, l’essicazione dell’affresco (l’eliminazione dell’acqua) deve avvenire lentamente ed uniformemente.
Nella pittura a fresco gli elementi principali da considerare sono: il muro, l’arriccio, l’intonaco.
IL MURO
Il muro può essere di pietre o di mattoni, ma non ad esempio misto, perchè tale varietà provocherebbe diversificazioni sull’affresco; deve essere esente da umidità. E’ importante inoltre bagnare bene il muro prima di stendere l’arriccio affinchè faccia buona presa.
L’ARRICCIO
L’arriccio è costituito da un impasto (malta) di sabbia e calce. La sabbia deve essere silicea e di fiume (quella di mare presenta sali) e deve essere esente da argilla che crea sfaldature. Prima di utilizzarla va setacciata per eliminare i pezzetti più grandi.
La calce è un materiale ottenuto sottoponendo a speciale cottura le rocce contenenti carbonato di calcio (calcari). Per formare le murature e per avere un utilizzo nel campo pittorico la calce così ottenuta, detta viva, deve essere sottoposta al procedemento di “spegnimento”. Lo spegnimento si ottiene attraverso il trattamento della calce viva con l’acqua. La calce così ottenuta si dice spenta o grassa perchè formata da un grassello consistente e quasi untuoso (da qui “grassello di calce”).
Questo tipo di calce è la più adatta per l’affresco perchè costituita da calcare più puro. Aggiungendo acqua al grassello si ottiene il latte di calce, aggiungendo ancora acqua si ottiene l’acqua di calce.
Le proporzioni tra sabbia e calce sono le seguenti:
2 parti di sabbia (circa)
1 parte di grassello di calce
Le dosi possono anche variare se la calce è più o meno silicea. Tenere presente che troppa calce fa screpolare l’arriccio, come pure l’intonaco.
Questo composto va lavorato a lungo fino a diventare relativamente consistente e molto omogeneo.
L’INTONACO
L’intonaco destinato a ricevere il colore, detto anche “intonachino”, è composto di polvere di marmo e grassello di calce in proporzione (più polvere di marmo che grassello) e viene applicato sull’arriccio (precedentemente bagnato).
Esso deve essere ben umido (fresco) e restare tale per tutto il corso del lavoro di coloritura (da qui la definizione “affresco”) per questo si può applicare sul muro solo la superficie che sarà dipinta durante la giornata. Si hanno, quindi, dalle 8 alle 12 ore di tempo per concludere il lavoro, infatti per permettere il processo di carbonatazione le stesure di intonachino sono in genere di dimensioni limitate, ampie cioè quanto la superficie che il pittore ritiene di poter dipingere in un giorno, tempo necessario all’intonachino per asciugare. Da qui il nome di “giornata” dato alle singole stesure di intonachino.
IMPORTANTE
Poichè devono resistere all’azione caustica della calce, non tutti i colori sono utilizzabili nell’affresco. Sono preferibili i pigmenti di origine minerale, perchè gli altri cambiano di natura e colore. (es. giallo cromo)
Se l’intonachino dovesse asciugare prima di terminare del tutto l’affresco e cioè se si ha la necessità di fare piccoli ritocchi, questi si possono eseguire a secco (su l’intonaco asciutto) con tempera all’uovo o con colori a calce (cioè preparati con la calce come legante).

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Doratura

DoraturaLa tecnica della doratura consiste nell’applicazione, su qualsiasi superficie, d’oro in foglie (o in polvere). La doratura è stata ampiamente usata fin dall’antichità, per la decorazione, accanto all’oro massiccio. Esistono reperti dorati con foglia d’oro risalenti a 3000 anni fa, come le maschere di Tutankamon, faraone della diciottesima dinastia egiziana. Anche i Bizantini usarono molto l’oro mescolandolo con la cera. Cinesi e Giapponesi hanno dipinto su superfici totalmente dorate. In tempi relativamente recenti, i costi minori, hanno consentito la diffusione della doratura a foglia per decorare stucchi e architetture di chiese e palazzi. Attualmente questa tecnica è usata per impreziosire cornici di valore e per realizzare decorazioni e rifiniture particolari. Per essere bravi doratori è necessaria molta esperienza e la conoscenza di tecniche specialistiche come l’uso del gesso di Bologna e del Bolo (sostanza argillosa che si applica come base per la foglia d’oro – può essere di colore rosso, giallo o nero). Al fine di ottenere decorazioni d’effetto su materiali di poco pregio è però sufficiente l’uso della foglia metallica colore oro (oro falso) che essendo molto più pesante di quella d’oro zecchino è di più facile applicazione e di costo chiaramente inferiore. Se ben antichizzata, consente inoltre di ottenere ottimi risultati. Questo è il tipo di doratura che affronteremo, cioè la doratura a missione, estremamente semplificata rispetto a quella che richiede l’uso di oro vero. In questo caso è sufficiente applicare sull’oggetto un’emulsione a base vinilica che si chiama missione. In particolare quella che useremo è una missione all’acqua a 10 minuti, ne esistono infatti, altri tipi con tempi più lunghi (3/12 ore). E’ sufficiente passare una mano ben tirata (in pratica senza accumuli)) sull’oggetto da dorare e aspettare 10 minuti. L’importante è ricordare che prima dei dieci minuti la foglia d’oro non attacca, se passano più di dieci minuti, anche delle ore, la foglia d’oro attaccherà ugualmente senza problemi. Per quanto riguarda l’argentatura si segue lo stesso procedimento. L’argento che si utilizza non è allo stato puro, ma è mischiato con leghe come lo zinco, il rame, l’alluminio e altri metalli. L’argento è uno dei metalli più anticamente conosciuti e in passato era usato spesso anche per le false dorature, più economiche che quelle vere perchè l’oggetto argentato, se laccato più volte con la gomma lacca, acquista il colore caldo dell’oro. L’argento trattato in questo modo si chiama argento a mecca.

GOMMALACCA Per modificare il colore,antichizzare, proteggere la foglia d’oro o d’argento si utilizza la gommalacca. La gommalacca è il prodotto di una simbiosi tra la resina di una pianta delle indie orientali e un insetto che ci vive. In commercio si trova in bastoni, grani, ma soprattutto in scaglie e prepararla è facilissimo. Si riempie un recipiente di vetro, che abbia una chiusura ermetica, con gommalacca in scaglie e si versa dell’alcol a 94° fino a ricoprirla, lasciando anzi un dito di alcol sopra. Il giorno dopo è pronta per essere usata. Si mantiene nel tempo, l’importante è che il contenitore rimanga ben chiuso.

IMPORTANTE La gommalacca, essendo una lacca a base alcolica, teme l’acqua e l’umidità. Alla presenza di una delle due, invece di mantenere il suo colore giallastro-trasparente, inizia a diventare bianca, rovinando così la patina che si sta creando. A questo inconveniente si può ovviare utilizzando sempre pennelli asciutti o puliti accuratamente in alcol e facendo questo lavoro in un luogo esente da umidità. Se nulla di tutto questo sarà eseguito e la gommalacca comincia a “sbiancare” si può avvicinare all’oggetto una fonte di calore (es. un phon).

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Portabottiglia


Questa è una mia invenzione ed è avvenuta per caso quando mi sono trovata tra le mani un “bel” pezzo di corteccia che mi ha subito ricordato un portabottiglia visto in un negozio e realizzato con un coppo o tegola. Mi sono subito messa al lavoro…
Questo lavoro ha partecipato al concorso “Creatività in fiore” sul sito  www.decolucy.com  ed ha vinto il 3° premio.

MATERIALI

megcreative

corteccia di un tronco d’albero
gesso acrilico

sabbia
pietre di fiume
acrilico color avorio
immagini per decoupage
acqua e vinavil
vernice acrilica sudwest
cordoncino
ESECUZIONE Dopo aver tagliato la corteccia a misura della bottiglia ho pulito l’interno dalla terra ed ho carteggiato. Ho preparato un impasto di gesso acrilico e sabbia ed ho rivestito la corteccia con più mani intervallate da una completa essiccazione, anche di giorni, avendo cura di creare l’effetto buccia nell’ultima mano. Alla base ho applicato alcune piccole pietre di fiume, come decorazione e per sostegno della bottiglia. Infine ho passato l’acrilico avorio ed ho proseguito a decoupage come di consueto. Ho rifinito il portabottiglia con cordoncino.
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Come una farfalla

Vorrei essere una faralla …

Vorrei essere una farfalla
Per poter volare fino a te.
Stringerti fra le mie braccia
Ed assaporare i tuoi baci.
Vorrei essere una farfalla
Per poter volare libera
E poter essere libera di amarti
Come ho sempre desiderato.
Senza sotterfugi.
Senza inganni.
Senza contrasti.
Vorrei essere una farfalla
Per volarti sempre intorno
E raggiungerti anche dove
È impossibile.
Vorrei essere una farfalla
Per essere amata da Te
Come io ti amo.

Poesia scritta da Meg Mercoledì 3 maggio 1978 ore 22.05

Concorso Deco-recuperiamo con fantasia


E’ partito il nuovo concorso sul sito Decolucy
Tre i progetti che ho inserito in concorso e precisamente:
il restauro di una parete con pittura pompeiana
il recupero di una fetta di tronco d’albero dipinta con acrilici
il recupero di vasetti di vetro dello yogurt trasformati in candele gel
Per quanto riguarda le votazioni bisogna essere registrati.